Keith Haring, l’arte a disposizione di tutti

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“Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare”.

Keith Haring, nato a Reading (Pennsylvania) il 4 maggio del 1958, a soli vent’anni si trasferisce a New York per frequentare la School of Visual Arts. Per farsi conoscere, l’artista sfrutta gli spazi pubblicitari inutilizzati della metropolitana, sul cui fondo nero disegna con il gesso bianco: è l’epoca dei “subway drawings”. Dal 1980 al 1985 ne disegnerà un numero incalcolabile, sempre con il rischio di farsi arrestare per “criminal mistreat”, col fiato sospeso, senza staccare il gesso dal foglio. I subway drawings sono una linea ininterrotta che smette solo per ricominciare a scorrere sul disegno successivo.

Era una linea continua, una linea molto forte graficamente, e soggetta a un limite temporale. Dovevo lavorare più velocemente possibile. Senza poter correggere niente. In realtà non potevo permettermi di sbagliare. Dovevo stare attento a non farmi prendere”.

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Haring all’opera, mentre realizza uno dei suoi celebri “subway drawings”.

La scalata al successo del ragazzo americano fu vertiginosa. Ancora oggi, gli omini di Haring sono sulle t-shirt, le tazze e le spillette di mezzo mondo. Ma, aldilà dell’aspetto più commerciale, chi era davvero Keith Haring? Nonostante venga spesso etichettato come un artista “leggero” e “facile” proprio a causa della sua popolarità, Haring portava avanti un discorso sociale e politico di grande forza, con l’obiettivo di condurre l’arte a contatto con più persone possibili.

Un muro è fatto per essere disegnato, un sabato sera per far baldoria e la vita è fatta per essere celebrata“.

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Energia e ottimismo è ciò che viene trasmesso dai suoi disegni, con i suoi contorni in grassetto e i suoi colori sgargianti. La sua è un’arte di segni, simboli, icone, che veicolano un messaggio chiaro, semplice, immediatamente comprensibile, in un certo senso universale. Il suo linguaggio prende in prestito alcuni tra i più suggestivi simboli culturali del Novecento (il fungo atomico, la croce, gli schermi tv e dei pc) e li trasforma in oggetti pop della società di consumo. Le stesse opere si trasformano in oggetti di consumo: solo la sua ultima creazione, il murale “Tuttomondo” sulla parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa, è pensata per essere permanente.

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Il murale “Tuttomondo” a Pisa, ultima opera di Haring (1989) ma l’unica a essere pensata come permanente.

Nel 1988 dichiara: “Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l’AIDS io, non lo prenderà nessuno“. Morirà 2 anni più tardi, il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni.

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Se cerco di modellare la mia vita su quella di qualcun altro, finisco per sprecarla riproducendo le cose per puro e vacuo spirito di accettazione. Ma se vivo la vita a modo mio e faccio in modo che gli altri artisti mi influenzino solo come riferimenti esterni o come punti di partenza, posso costruire una consapevolezza ancora maggiore invece di restarmene qui inattivo. Se sarò in grado di capire questo e di metterlo in pratica mi sarà d’aiuto, ma ho di nuovo paura… Vorrei soltanto essere più sicuro di me e cercare di scordare tutti i miei stupidi preconcetti e le idee sbagliate e limitarmi a vivere. Semplicemente vivere. Finché non morirò“.

Giacomo Visentin