Trivelle, l’importanza di un referendum inesistente

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Piattaforma petrolifera (Agenzia: corbis)

Ad un mese da un appuntamento fondamentale, per una democrazia, come quello di un referendum (già il semplice fatto dell’esistenza di un referendum dovrebbe far immediatamente raddrizzare le antenne del vero cittadino), politici, giornali e social network, pronti e rapidi nel trasmettere monnezza spirituale ai relativi destinatari, hanno accennato alla cruciale questione in modo inaccettabilmente timido e spiccio. Cruciale, per una Repubblica che voglia continuare ad affiancare alla sua designazione l’attributo “democratica”, infatti, il referendum è uno dei vitali spazi previsti dalla nostra Costituzione per dar voce direttamente al “popolo sovrano”.

Eppure la nostra vita, sociale e politica, procede ignara: all’oscuro, nella maggior parte dell’opinione pubblica italiana, dell’importanza di un referendum inesistente: il referendum “No-Triv” – no alle “trivelle”, sinonimo meno comune e meno proprio di “sonda”, macchina per scavare fori profondi nel terreno, come quella che si utilizza nello scavo dei pozzi petroliferi – che si terrà, sempre se qualcuno saprà ricordarselo, fissandolo nell’agenda tra il pranzo coi parenti e la partita allo stadio, domenica 17 aprile.

Numerose le polemiche sulla decisione riguardante la sua collocazione temporale: affiancando il voto alle elezioni amministrative (che si terranno a giugno in molte città italiane) ci sarebbe stata un’affluenza sicuramente maggiore, affluenza che è nemica principale del referendum: infatti, secondo l’art. 75 della nostra Costituzione, «la proposta soggetta a «referendum» è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto»: ciò significa che se la metà più uno dei cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati non si presenterà ai seggi, il cosiddetto quorum non sarà stato raggiunto e i voti andranno a vuoto. Pochi sanno, tuttavia, che il decreto 98 del 2011 non lo avrebbe comunque permesso: l’appaiamento referendum-elezioni non è permesso, tant’è che per l’unico referendum tenutosi in concomitanza di un’elezione è servita una legge ad hoc (la legge n. 40 del 28 aprile 2009).

Ma che cosa “abrogherebbe” il referendum del 17 aprile? Il quesito referendario sarà «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, (…) limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale“?». L’articolo 6, comma 17, vieta «le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare», estendendo tale divieto «nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale», ma  i «titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale».

Di fatti, le concessioni, in questo campo, hanno una durata iniziale di trent’anni, prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda e una terza volta per altri dieci anni, complessivamente; al termine di queste concessioni, è data la possibilità alle imprese di richiedere la prosecuzione dello sfruttamento sino all’esaurimento delle risorse. Ergo, con la vittoria del “”, sarebbe bloccata l’ulteriore utilizzazione, dopo la scadenza dei 40 anni di concessione, dei 21 impianti già esistenti entro le 12 miglia: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.

Attori protagonisti della vicenda sono state proprio le Regioni, che, per la prima volta nella storia repubblicana, hanno dato attuazione alla previsione costituzionale secondo cui è indetto referendum popolare “quando lo richiedono cinque Consigli regionali”. I dieci consigli regionali di Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise hanno promosso sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia, di cui cinque sono stati dichiarati inammissibili dalla Cassazione: invero, con l’ultima legge di stabilità, il Governo avrebbe legiferato sul tema, rendendo superflui gli interrogativi regionali: per questo motivo è in corso un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale. Il Governo Renzi nelle esondazioni normative è un campione indiscusso.

Ma se la maggior parte dei siti estrattivi marini si trova oltre le 12 miglia, e paesi con l’Italia confinanti estraggono senza sosta, per quale motivo sarebbe così notevole una vittoria del “sì” (presupponendo la fondamentale – per una democrazia – affluenza di cui sopra)? Il clima del nostro mondo è tremendamente e inesorabilmente sofferente. Ciò che l’Uomo può fare, oggi, è esclusivamente limitare i danni degli eventi esiziali verso cui, già, sta procedendo. E l’universo dei combustibili fossili puzza di benzina e di lobby, di profitti per pochi ed esternalità negative per molti. E quando anche il sindacato si schiera con il passato, per un pugno di barili, ci rendiamo conto dell’ampiezza del conflitto di interessi in corso. Il punto focale della questione è che consideriamo ancora il clima un aspetto secondario della nostra economia, lo sfondo entro cui l’attività umana vi s’inserisce. Tuttavia, per un futuro sostenibile e dignitoso, per i prossimi cittadini di questo mondo e di questa vita, la questione climatica e ambientale, che è anche una questione essenzialmente etica, a questo punto, deve irrompere nella nostra sfera di interesse: il processo produttivo deve necessariamente affiancarsi al processo curativo, poiché di “cure” noi dobbiamo discutere.

Non possiamo rimanere immobili con gli strumenti a nostra disposizione: sarebbe un segnale della nostra incontrovertibile decadenza spirituale. Tecnologia e democrazia devono andare di pari passo. La vittoria del “sì” darebbe un segnale forte: il senso comune dei cittadini contro la sclerotizzazione politica; il progresso contro il regresso; la scelta per un futuro sostenibile contro quella per un futuro incerto e sempre più iniquo. Ma essendo la libertà democratica il valore più alto per il sottoscritto, non mi sento di invitarvi a votare “sì”, al termine di questo mio breve intervento, ma solo di spronarvi a discutere, a confrontarvi e a pensare, alimentando il dibattito politico che è una boccata d’ossigeno per una democrazia decadente come la nostra.

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