Ogni mese emigrano all’estero duecento padovani

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Emigrazione«Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?». Con questa schietta e commovente sincerità rispondeva più di un secolo fa un italiano emigrato in Brasile a un ministro italiano, forse stupito e imbarazzato dalla fuga dall’amata “nazione” del compatriota che voleva conservare (ma ancora oggi, in molte parti d’Italia, vuole conservare) indigente, sia spiritualmente che materialmente.

Certo, gli italiani che oggi emigrano mangiano “pane bianco”, bevono vino e mangiano carne. Ma la diaspora italiana continua a dissanguare, clandestina, e sembra non risparmiare la nostra fiera provincia. Secondo il rapporto di Migrantes (organismo pastorale della CEI, http://www.scribd.com/doc/283916399/Rapporto-Migrantes-Padova), quest’anno i nuovi iscritti padovani all’Aire (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono 2310: 192 persone ogni mese, nel 2015, prendono commiato da Padova verso Brasil, Argentina, Suisse, Deutschland, United Kingdom, Belgique, Österreich e United States, in cerca di un futuro migliore di quello proposto nella nebbiosa pianura padana.

All’Aire devono essere iscritti i cittadini italiani che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi e i cittadini che già vi risiedono, sia perché nati all’estero che per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo. Non sono iscritti all’Aire le persone che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore ad un anno (studenti Erasmus compresi), i lavoratori stagionali, i dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero e i militari italiani in servizio presso gli uffici e le strutture NATO dislocate all’estero. L’iscrizione a tale registro è un diritto-dovere del cittadino, importante presupposto per usufruire di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per l’esercizio di importanti diritti, quali: possibilità di votare alle elezioni politiche, referendarie, europee, di ottenere il rilascio o il rinnovo di certificazioni, documenti di identità e di viaggio e di rinnovare la patente di guida in paesi extraeuropei (per maggiori informazioni consultare http://www.esteri.it/mae/it/italiani_nel_mondo/serviziconsolari/aire.html).

Nonostante le buone notizie sul tasso di disoccupazione registrato nel secondo trimestre nel Veneto (che sarebbe la regione con meno disoccupazione in Italia, al 6,6%) il numero dei padovani registrati all’Aire è in costante crescita e ad oggi si assesta a 43.131: di questi, il 16% ha meno di 17 anni, il 21% tra i 18 e i 34, il 24% tra i 35 e i 49 e il 19% tra i 50 e i 64; uomini e donne, a pari merito, fuggono o, meno drammaticamente, escono dal bel paese: il 55% è celibe, il 38% coniugato, un 2,5% è vedovo, l’altro 2,5% è divorziato. L’identikit del padovano emigrato è dunque un/una trentenne single, forse disilluso/a dall’amor cortese (o, molto più probabilmente, dal sistema politico-burocratico-economico) italiano, in cerca di vera e propria sistemazione, in tutti i sensi. Del resto lo Stivale sembra stretto e scomodo un po’ per tutti, in questi tempi di vacche magre.

Fuga da Padova o semplice avventura all’estero? It depends. Taluni scongiurano la disoccupazione coatta, la delusione di essere considerati già vecchi, inabili al lavoro, a trent’anni e, più in generale, le ristrettezze economiche e d’opportunità di uno Stato difettoso in molteplici punti. Altri decidono di spendere più soddisfacentemente un diploma o una laurea all’estero (è la cosiddetta fuga di cervelli), o spinti da un irrefrenabile internazionalismo saggiano la vita all’estero in cerca di purissima esperienza. Altri ancora sono pensionati che, finalmente, dopo una vita di sacrifici, vogliono vivere da nababbi.

Enrico, odontotecnico, ha 29 anni e da un anno si è trasferito in Germania, a Hattingen. Non ha resistito a un «ottimo contratto di lavoro a tempo indeterminato, con uno stipendio molto più alto di quello italiano». Frustrato dall’andazzo di questi ultimi tempi si è lasciato cullare dall’idea di partire verso un paese in cui «tutto funziona perfettamente e non c’è delinquenza. Ora lavoro in un’importante clinica a Wuppertal. Il tenore di vita qui, nella mia regione, è molto alto: per chi conosce il tedesco o perfettamente l’inglese di offerte di lavoro ce ne sono. Crisi? Neanche l’ombra!». Per ora l’ipotesi ritorno è ben chiusa in un cassetto.

Ne abbiamo parlato anche con Filippo, 25 anni, che da qualche anno vive a Londra. Prima di partire per l’Inghilterra studiavi? Lavoravi? «Come ogni giovane ho frequentato il classico percorso di studi del liceo, contemporaneamente impegnavo il mio tempo nel fine settimana lavorando in un ristorante della zona». Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad abbandonare l’Italia? «Premessa: abbandonare lo considero un termine un po’ estremo; dal mio punto di vista lo voglio considerare più un “uscire dalla mia zona di comfort”. Le ragioni che mi hanno spinto a partire sono principalmente la voglia di conoscere ambienti e persone nuove, la voglia di trovarmi in difficoltà ed imparare qualcosa di nuovo, in una lingua diversa dalla mia, con cultura e tradizioni diverse. “Keep doing what you’re doing, and you won’t learn anything new” ovvero, se continui a fare ciò che fai sempre, non imparerai mai nulla di nuovo. Diciamo che da due anni a questa parte questo è il mio motto quotidiano».

Oggi Filippo lavora in una compagnia che gli ha dato la possibilità di dimostrare le sue qualità. E alla domanda «Torneresti mai in Italia?» mi risponde da vero e proprio pioniere: «Molte persone mi fanno la stessa domanda. Io amo il mio Paese, è stupendo, siamo persone fantastiche e accoglienti, abbiamo delle città e delle spiagge meravigliose. Ma ciò che manca in Italia è l’apertura mentale al cambiamento, detta proprio fuori dai denti è – secondo il mio punto di vista – un difetto che non porterà mai ad un punto di svolta. Conosco imprenditori in Italia che stanno impiegando tutte le loro energie ed il loro tempo per cambiare questa mentalità e cercare di rivoluzionare il mercato del lavoro, e credimi, li stimo tantissimo. Ma qual è il fattore comune in tutto ciò? Questi imprenditori vengono da esperienze passate all’estero! Quindi, riassumendo, per il momento la mia risposta è no, in Italia non sto pensando di tornarci, se non per incontrare qualche amico, la mia famiglia e magari fare qualche giorno di vacanza».

L’emigrazione ha la stessa età dell’Italia e mano nella mano stanno cambiando.  Entrambe stanno assumendo caratteristiche nuove, eterogenee, strettamente legate alla globalizzazione: l’Italia ha sempre meno figli della lupa e l’emigrazione non è più soltanto per lavorare in miniera o per cercare affari nelle Little Italy di turno. Eppure, riflettendo sull’emigrazione italiana, penso sempre ai transatlantici, ai fazzolettini bianchi, alle madri piangenti e alla poesia di Pascoli: “Parlava; e la sua nonna, tremebonda, stava a sentire e poi dicea: «Non pare un luì quando canta tra la fronda?» Parlava la sua lingua d’oltremare: «…a chicken-house» «un piccolo luì…» «…for mice and rats» «che goda a cinguettare, zi zi» «Bad country, Ioe, your Italy!»”.

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