L’avventura di Filippo: dai campi di Megliadino San Vitale alle spiagge di Zanzibar

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Filippo, 23 anni, da Megliadino San Vitale, un diploma di grafica pubblicitaria in mano, la voglia di proseguire gli studi sotto zero, o così come lui stesso ha ammesso: “Il solo pensiero di aprire un libro e ficcarmici per ore e ore mi fa letteralmente girare la testa e venire la nausea”, come può mai continuare questa magari per molti soporifera storiella? Beh, dopo l’Istituto d’arte, Filippo ha trovato lavoro in un’azienda di falegnameria. Fin qui, quindi, nessun bisogno di scrollare le spalle e sospirare: “Ahimè, un altro caso di disoccupazione giovanile”. Sì ok, la storiella suona tuttora abbastanza ordinaria… un attimo!

Sei mesi fa Filippo è venuto a conoscenza di un lavoro, al motto “Tentar non nuoce” ha inviato la propria candidatura sul sito dell’azienda, ha frequentato uno stage, dove si è messo alla prova e ha imparato il più possibile in merito all’argomento, gli orari, il tipo di lavoro, la grinta e l’entusiasmo che erano richiesti da ogni “impiegato”. E’ così che l’11 maggio 2015, con una valigia piena di voglia di viaggiare, di scoprire nuovi posti, di conoscere nuove persone e con la consapevolezza che a 23 anni si ha troppa energia e curiosità per indugiare in un minuscolo paesino della Bassa Padovana (con tutto rispetto per Megliadino), lavorare in una fabbrica, uscire il sabato sera per qualche drink, quasi fingendo di non sapere che a tot chilometri di distanza ci sono realtà tanto insolite quanto avverse in confronto alla propria placida quotidianità, Filippo è salpato in direzione Canarians Island… Fuerteventura!

“Aaaah”: vi sento già sospirare e immaginarvi questo giovincello armato di occhiali da sole e costumino a fiori spiaggiato sulla sabbia dorata delle coste dell’isoletta. In realtà, il nostro eroe è partito per una vera e propria avventura lavorativa fuori dai suoi tanto riparati confini e campi incontaminati. Ne seguono cinquanta giorni, intensi, colorati e ricchi di emozioni che al di fuori di questo ambito lavorativo raramente si possono provare. Aiutato da un’equipe di altri coetanei e ispirato dalle parole del capo animazione, da “pivellino” senza alcuna esperienza, così come lui stesso si è definito, Filippo si trasforma in un animatore turistico, o meglio in un cosiddetto “contattista”.

Tale ruolo implica primariamente stare in mezzo alla gente, sempre presente, incitando, energizzando, intrattenendo i turisti ogni singola ora della giornata: una mansione che può apparire alquanto affaticante, ma allo stesso tempo altrettanto appagante, come egli stesso tiene a sottolineare. Tuttavia, alle prime prese non è stato così semplice come potrebbe sembrare, soprattutto per la paura di sembrare indiscreto, forse asfissiante, quasi goffo o finto, o addirittura un elemento di disturbo. Poi, col tempo e facendosi un po’ di coraggio, si scopre che il segreto risiede nell’immedesimarsi nell’ospite stesso e cercare di capire come quest’ultimo vorrebbe sentirsi trattato da un animatore. Inoltre, come se non bastasse, possono pure capitare personaggi insoliti con cui non è così facile conversare, come chi mangia la pastasciutta esclusivamente con le mani… ed è qui che scatta l’abilità di adattarsi ad ogni singolo ospite.

In seguito a questo vivace riscaldamento, per Filippo, il 7 luglio, è tempo di partire per un’altra avventura. Quasi come se l’avessero spedito in Russia, a malincuore e sconsolato nel dover lasciare le persone lì incontrate, si dirige verso l’aeroporto, senza però sapere che sta per cominciare “una delle esperienze più belle della mia vita”. Dopo parecchie ore di volo si ritrova davanti ad un mondo “pazzesco”, una realtà che non sapeva neppure esistesse, dove le persone non hanno preoccupazioni che attanagliano il cervello, dove la frenesia, l’angoscia e l’ansia loro non appartengono, donne con i vasi in testa, catapecchie, case di fango e pietre ovunque, pastori Masai, bambini che corrono in mezzo alla strada con giocattoli rotti in mano: benvenuti a Zanzibar.

Il primo villaggio in cui ha prestato servizio si trovava a nord dell’isola, a Nungwi, da lui descritto come una località da “mal di testa”, con tramonti mozzafiato sul mare, che nonostante si ripetessero ogni santo giorno, c’era sempre un particolare in più, una sfumatura leggermente diversa da far spalancare la bocca ancora una volta. Anche in questa circostanza, ma ancora più di prima, Filippo scende in campo, si mette alla prova, proponendosi per gli spettacoli, per recitare, cantare e ballare, perché, in fondo, “quando riesci a rompere il ghiaccio sul palco, ti senti rinascere e quegli applausi non sono altro che la forza che ti serve per la prossima esibizione”.

I quattro mesi in questo paradiso sono volati senza che se ne rendesse conto, tra faccende e tuffi in una cultura che non ha nulla a che vedere con la propria, Filippo ora non si riconosce più, Filippo si ritiene più umile, più spensierato, capace di sorridere e contaminare le altre persone con la propria allegria quando forse non ci sono poi così validi motivi per allargare la bocca in un sorriso.

Mentre era laggiù, il vuoto della famiglia, degli amici che a casa aveva lasciato, della quotidianità che lo cullava ogni mattina fino a sera, non si è mai riempito, e ora che è tornato non restano altro che quegli insegnamenti, quei valori che le persone con cui è venuto a contatto, dai colleghi che lo affiancavano, al capo che lo correggeva, al bambino che saltellava per strada, fino al pescatore che lo fissava col sudore sulla fronte, gli hanno trasmesso e si sono quasi come moltiplicati dentro di lui. Ha riempito la bacheca di Facebook con foto di paesaggi, di persone ed istanti, ha tentato di raccontare con le parole; tuttavia resta un’esperienza di cui c’è gran poco da spiegare, ma troppo da vivere e provare sulla propria pelle, e magari ripetere mille volte ancora, come lui stesso confessa e ha già in programma di fare.

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