Italia, nel 2015 meno culle e più bare

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(Fonte foto: ocramm.wordpress.com)
(Fonte foto: ocramm.wordpress.com)

Più bare. Se l’Istat confermerà le previsioni ricavabili dai dati provvisori, pubblicati il 17 dicembre scorso per i primi otto mesi del 2015, la mortalità riferita all’anno dal quale ci siamo da poco congedati registrerà in Italia un aumento dell’11,3 %, equivalente a un incremento di circa 68 mila decessi su base annua. Infatti, i passati a miglior vita del periodo gennaio-agosto 2015 sarebbero circa 445 mila (per l’esattezza 444.658), contro i 399 mila dello stesso periodo del 2014; secondo le più attendibili congetture il dato riferito al periodo gennaio-dicembre 2015 si aggirerà intorno ai 666 mila morti contro i 598 mila del periodo gennaio-dicembre 2014.

Insomma, un dato insolito, un vero e proprio bollettino di guerra. E di guerra parla il prof. Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia presso l’Università Milano Bicocca, nel sito neodemos.info: «Il dato è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918: due periodi della nostra storia segnati dalle guerre che largamente spiegano dinamiche di questo tipo».

Gli indizi sono ancor più anomali, secondo il demografo, se concernenti un’epoca come quella attuale, «in condizioni di pace e con uno stato di benessere che, nonostante tutto, è da ritenersi ancora ampio e generalizzato». Blangiardo, e con lui i giornalisti de Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e IlGiornale, legano questo funesto presagio statistico agli effetti della congiuntura economica sfavorevole: in Italia, insomma, ci si cura di meno e ci si ammala (gravemente) di più. Un triste matrimonio tra i tagli alla sanità (spesso accompagnata dall’attributo “mala”) e l’aumento delle patologie legate all’inquinamento (secondo le ultime comparazioni l’Italia sarebbe sul podio dei paesi con il maggior numero di morti strettamente legate all’alterazione ambientale e climatica).

E il necessario divorzio tra l’inopportuna ed esiziale spending review e le timide politiche ambientali sembra essere ancora troppo lontano, anzi ripetutamente prorogato del governo nazionale, dal quale, invece, dovrebbe giungere un irraggiamento di responsabilità. Responsabilità pubblica, governativa e legislativa, che deriva dalla nostra (ma anche “loro”) Costituzione, art. 32 («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»), art. 9 (la Repubblica «Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») e art.117 («Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: […] s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali»). Sante parole, pochi fatti.

Meno culle. Ma il dato relativo all’aumento delle bare è, seppur rilevante e preoccupante, il meno grave. Infatti, nel 2015, per la prima volta, i bebè nati in Italia scenderanno, secondo le previsioni, sotto i 500 mila. Il dato fornito dall’Istat, in effetti, dichiara, per il periodo gennaio-agosto 2015, 319 mila generati, che ricalibrati su base annuale si approssimeranno ai 490 mila. Gli analisti e gli esperti della società già da anni si occupano di esaminare il fenomeno dell’infecondità italiana, ma anche europea.

Infecondità europea, ma ancor più precisamente, dei paesi “sviluppati”: la riduzione delle nascite coinvolgerebbe tutti i paesi industrializzati e, in particolar modo, l’Italia. Il tasso di fecondità totale italiano, ovvero il numero medio di figli per donna, è 1.37, che scende a 1.29 se si sottraggono le coppie con almeno un partner straniero. Stesso dato del 1987, irrisorio rispetto ai quasi tre figli per donna del «baby boom» italiano annata 1964, ma non il peggior dato dal 1952 (anno della prima rilevazione), spettante alle mamme del 1995.

Le cause di questa tendenza tipica dei paesi progrediti tecnologicamente ed economicamente sono diverse ed eterogenee. Innanzitutto le barriere organizzative-temporali legate al mondo della scuola (orari, periodi di vacanza, attività extracurricolari) che contrastano con gli orari di lavoro delle donne, le quali hanno giustamente – e finalmente – aggiunto, oltre alla gravosa e primordiale funzione familiare, il loro fondamentale contributo al mondo del lavoro, da sempre campo precipuo del maschio; conseguenza di questo aspetto, la nuova identità femminile, in cui la donna non è più identificata come la custode del focolare domestico, ma come elemento equivalente all’uomo, che prima di “buttarsi” considera e valuta quasi matematicamente tutte le possibili e immaginabili opportunità sentimentali, psicologiche, temporali, lavorative, abitative. Poi la coerente precarietà sentimentale, come ha magistralmente spiegato la sociologa della famiglia Carla Facchini, della Bicocca Milano, al Corriere della Sera: «Aumentano le “non coppie”, formate da chi ancora vive in famiglia a causa della precarietà professionale, o che, quando esce, lo fa per inseguire un progetto di vita individuale, mentre un tempo l’”adultità” era vissuta come una conquista di coppia.» Ma anche la nuova “idealizzazione della maternità” avrebbe il suo peso, sempre secondo la Facchini: «C’è un iperinvestimento sui figli; ne segue una serie di paure: di non essere buoni genitori, di non poter provvedere all’università, di non riuscire ad assicurare il futuro che vorremmo» per i figli; infine, da cornice, le canzonatorie provvidenze alla famiglia, la precarietà del lavoro e, con essa, l’insicurezza economica: di certo un mix letale per la genitorialità.

E anche questa piaga ricade nell’ambito delle responsabilità legislative e governative previste nella Costituzione: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (art. 4);  «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29); «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo» (art. 31). Sarà, ma intanto le bare aumentano e le culle, invece, spariscono.

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