Fusione tra Comuni: opportunità e rischi

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Fonte immagine: www.jordico.com
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L’attuale crisi economico-finanziaria da tempo impone alla pubblica amministrazione di rivedere e riorganizzare la propria struttura e i propri meccanismi di funzionamento, al fine di trovare nuove vie per ottimizzare i costi e le risorse disponibili, sulla base del quadro normativo vigente, risultato delle manovre correttive del debito pubblico e del rispetto della spending review. Pure a livello locale dunque sono in atto una serie di azioni e iniziative volte alla razionalizzazione dei costi, anche attraverso la riorganizzazione delle forme di associazione tra enti, come per esempio l’imposizione dell’esercizio in forma associata di molte importanti funzioni ai comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti, prevedendo inoltre nuovi incentivi per le unioni e soprattutto per le fusioni, oggi al centro di un animato dibattito circa la loro convenienza o meno, sia sotto il profilo economico, sia sotto il profilo territoriale e sociale.

In questo breve articolo proveremo ad analizzare i potenziali vantaggi e le possibili difficoltà che da un punto di vista prevalentemente economico possono accreditare o inficiare un generale progetto di fusione, tenendo comunque in considerazione la difficoltà nel reperire esempi concreti di successo o insuccesso, sia per l’impossibilità di considerare i progetti di fusione uno uguale a all’altro al fine di ricavarne dei dati oggettivi che non terrebbero conto dell’unicità, delle peculiarità, delle relazioni e delle situazioni che ogni realtà locale instaura con il suo territorio, sia per l’impossibilità di trovare dati e statistiche realmente veritieri, che considerino il fattore assestamento dovuto al trascorrere di un minimo di tempo per esprimere una valutazione completa.

Le tendenze oggi in atto dimostrano un maggiore ricorso all’istituto della fusione, in particolar modo tra Comuni di piccole dimensioni che spesso non raggiungono i 5000 abitanti. Originariamente la fusione fu concepita per superare il fenomeno dei Comuni “polvere”, quindi come uno strumento di riorganizzazione territoriale (come lo è anche l’unione di comuni, dalla quale si distingue fortemente per il grado di integrazione e autonomia degli enti) al fine di eliminare i disagi dovuti alla carenza di molti servizi (l’eccessiva frammentazione, infatti, assorbe risorse economiche e energetiche per il funzionamento delle strutture, togliendo servizi ai cittadini), sanabili con la comunione di mezzi e risorse, e di ridurre la loro emarginazione territoriale e politica. Dal 2014 tuttavia, si sta assistendo ad un suo ricorso sempre maggiore, non solo in comuni di piccole dimensioni, ma anche in Comuni di medie dimensioni, come ha confermato anche recentemente la Corte dei conti (audizione parlamentare del 1° dicembre 2015), la quale ha espresso che questa forma di associazionismo risulta essere la migliore, perché produce risparmi di spesa certi. I fattori che l’hanno avviata concretamente sono da individuarsi negli incentivi erogati ai comuni che si fondono, uniti all’esenzione dal rispetto del patto di stabilità e, soprattutto, dall’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali con altri enti.

In particolare, gli incentivi hanno una consistenza importante, avendo la commissione Bilancio della Camera deliberato il loro raddoppio lo scorso 11 dicembre. Per esempio un Comune di medie dimensioni, come Figline e Incisa (23000 abitanti) in provincia di Firenze, percepisce 1 milione di euro all’anno. Tra le conseguenze immediate maggiormente citate a favore della fusione tra Comuni c’è poi la diminuzione dei costi della politica, con particolare riferimento alla riduzione strutturale ed immediata degli amministratori politici, siano essi consiglieri, assessori o sindaci.

La fusione permette maggiori economie di scala, consentendo risparmi sui costi (evitando ad esempio appalti duplicati per le stesse attività, eccedenza di attrezzature esistenti negli enti etc.) e sui tempi (razionalizzando lo svolgimento delle medesime attività), ottenendo così maggiori risorse da indirizzare alla prestazione di beni e servizi ai cittadini e alle imprese (come dei contributi per stimolare l’efficientamento energetico). Infine, nel medio-lungo periodo, la fusione può portare al miglioramento della qualità dei servizi, grazie anche all’attivazione di processi di qualificazione e specializzazione del personale del nuovo Comune, difficilmente realizzabili in comuni di piccole dimensioni.

Infine, un ente più grande sotto il profilo dimensionale e demografico, è in grado di imporsi maggiormente all’interno del proprio territorio, oltre che nei confronti delle istituzioni pubbliche sovraordinate, acquisendo un peso istituzionale importante da sfruttare anche nei confronti di enti privati in termini di maggiore potere contrattuale. Tale posizione può portare a una migliore accessibilità di finanziamenti pubblici, o di contratti di fornitura più favorevoli, o ancora di diventare protagonisti all’interno di programmi di sviluppo territoriale e urbanistico ad un livello sovracomunale.

Finora abbiamo considerato prevalentemente i possibili vantaggi compatibili con il processo di fusione di due o più enti comunali, supponendo un certo equilibrio tra diverse variabili, come ad esempio l’appartenenza a uno stesso territorio e le relazioni instaurate con esso, i flussi di pendolarismo, il tessuto economico e sociale, la situazione economica degli enti ante fusione (la pressione tributaria su cittadini e imprese, i trend dell’indebitamento e del reddito generato, i tassi di occupazione etc.), la cultura. Nel momento in cui dovessero esserci grandi disequilibri tra le stesse variabili nei due comuni prima della fusione, è opportuno effettuare una profonda analisi di tipo economico-finanziario in modo da prevedere se i potenziali vantaggi siano in grado, nel medio-lungo periodo, di superare le possibili difficoltà iniziali, dovute prevalentemente alla realizzazione degli investimenti necessari a uniformare i due enti sotto il profilo dei servizi, delle infrastrutture e della generale economia del nuovo ente.

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