Lettera a Michele

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“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco”

Caro Michele, mi son presa qualche ora dopo averti letto. Non nascondo che mi sono spaventata. Mi ha impaurito la potenza dei tuoi pensieri, lontani dai miei ma non troppo. Mi ha intimorito studiare il tuo scritto e rivedere la mia mano ricalcare le tue parole, così simili alle mie. Mi ha devastato poi pensare, anche se solo per un millesimo di secondo, che in fondo la tua è stata una scelta ragionevole. Che senso ha vivere nel rifiuto propinato dalla società, dal lavoro e dall’amore – sia chiaro non del principe azzurro ma quello – della propria famiglia? “Che senso ha?”. Quale madre (natura) mette al mondo milioni di omuncoli incapaci di sopravvivere alla propria natura (matrigna)?

“Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.” No, Michele. La tua non è follia. È semplicemente natura umana. È debolezza, non scelta. Anzi, l’unica scelta che ti sei dato è quella di non concederti una possibilità. Dici che ti è passata la voglia, ma come si fa quando oltre al recinto di casa c’è un mondo da scoprire.

Anche io, sai, dei “no” faccio la collezione. “No, non sei abbastanza qualificata”, oppure “No, mi spiace, ma il budget dell’azienda non riuscirebbe a coprirti” o ancora “Mi spiace, ma no. In televisione vogliamo belle donne per il telegiornale, torni pure tra qualche chiletto in meno”. E che te lo dico a fare? Devo spiegare a te, cosa significano quelle due lettere affiancate l’una all’altra? A te, che alla parola vita hai risposto “No, grazie”.

Scusa Michele, non te ne voglio fare una colpa… anzi. Io e te, non siamo poi così tanto diversi: tu trent’anni e io venticinque, tu grafico e io aspirante giornalista. Vita dura la nostra, nessuno ci ha preparato al precariato. La società in cui siamo nati ha nutrito le nostre speranze più radicate, i nostri sogni più nascosti e ci sta spremendo, mettendoci alla prova più estrema senza prometterci nulla. Niente è dato per scontato, ma Cristo… arriverà prima o poi un sì anche per noi.

Ecco Michele, mi spiace tu non abbia dato peso ai “” che hanno segnato la tua vita perché forse, a quest’ora, ci sarebbe un sognatore in più in questa Italia malridotta. E, forse, ci sarebbe un uomo non troppo felice della propria vita, ma ancora intenzionato a rincorrere un sogno.

 

Ho vissuto (con i miei alti e bassi) per venticinque anni, penso sia ancora troppo poco per rinunciare anche ad un solo sì.

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Giada Trincanato

Un quarto di secolo appena compiuto, figlia del mondo e dell’avventura. Il caos è il mio regno, come lo sono uno scoglio sul mare e uno stadio gremito. Mangiatrice di libri e viaggi, sognatrice a tempo pieno. Fantastico ancora di poter vivere di pura scrittura, sempre con un biglietto in mano e una vita da raccontare.

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