Perché il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo”?

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Parigi, 10 febbraio 1947. La Jugoslavia di Tito e l’Italia, da poco divenuta Repubblica, firmano il trattato di pace che assegna a Belgrado l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia. Cinquantotto anni dopo, il 10 febbraio 2005, l’Italia celebra per la prima volta il “Giorno del ricordo“, con l’intento di conservare e rinnovare la memoria della tragedia, per troppo tempo taciuta, del “massacro delle foibe“. Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con ingresso a strapiombo, in cui fra il 1943 e il 1947 vennero gettati circa diecimila italiani, vivi e morti. Facciamo un passo indietro.

L’Istria, la Dalmazia e la Venezia Giulia furono territori storicamente contesi da italiani e popoli slavi. Nell’aprile del 1941, nel pieno della seconda guerra mondiale, l’esercito italiano partecipò all’attacco contro il Regno di Jugoslavia perpetrato dalle potenze dell’Asse. Il territorio venne smembrato e in parte annesso a quello degli Stati invasori, con l’Italia che conquistò parte della Slovenia, la Banovina, una regione della Croazia nord-occidentale, e parte della Dalmazia; l’Istria e la Venezia Giulia facevano già parte dello Stato italiano dal 1919. In queste due regioni le politiche di “assimilazione forzata” delle varie minoranze etniche, portate avanti dal regime fascista, furono particolarmente pesanti, contribuendo alla formazione di gruppi segreti irredentisti slavi.

L’8 settembre 1943, con la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, segnò la fine della presenza italiana sui territori orientali. In Istria e Dalmazia esplose la violenza: i partigiani slavi, guidati dal comandante comunista Josip Broz Tito, costituirono improvvisati tribunali che emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime non furono solo i fascisti e i non comunisti, ma qualsiasi personaggio in vista della società civile italiana. La maggioranza di questi, uomini, donne, anziani o bambini che fossero, vennero torturati e poi gettati nelle foibe, a volte ancora in vita. La violenza aumentò nella primavera del 1945 quando la Jugoslavia occupò Trieste, Gorizia, Pola, Fiume.

L’operazione di pulizia etnica proseguì fino al febbraio 1947, quando vennero fissati i nuovi confini tra Italia e Jugoslavia. Da un giorno all’altro, 350 mila istriani e dalmati si trasformarono in esuli terrorizzati e nullatenenti, ignorati sia dal Partito Comunista Italiano che dalla Democrazia Cristiana. La tragedia delle foibe venne così lasciata cadere nel dimenticatoio per quasi mezzo secolo. Solo con la fine della guerra fredda, all’inizio degli anni Novanta, il tema cominciò a riscuotere l’interesse della storiografia e dell’intera classe politica italiana. Una presa di coscienza collettiva culminata con l’istituzione del “Giorno del ricordo”, dodici anni fa. Per riscoprire e non dimenticare.

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