Intervista a Bologna Violenta, aggressività armonica

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Bologna Violenta è il progetto solista di Nicola Manzan. Un vortice di energia che porta sul palco sonorità grindcore, noise e classiche e una performance coinvolgente, visuale, di sfogo e passione. Al CSO Pedro di Padova il 19 febbraio ho avuto la possibilità di intervistare Nicola che con grande disponibilità e entusiasmo mi ha introdotto nel suo mondo. 

In ambienti come i conservatori si trova spesso una concezione della classica come unica e vera musica. Hai mai pensato che unire ad essa generi estremamente distanti come grindcore e noise fosse una sorta di provocazione a questa ideologia così rigida?

“Assolutamente si, nonostante io abbia il massimo rispetto per la classica, perché una musica così complessa non è più stata scritta. Il nostro orecchio è ancora legato all’armonia del Settecento-Ottocento, quindi applicare in quello che si fa, anche se grind o noise, le regole di quel tipo di scrittura, fa si che le persone lo riconoscano come un qualcosa di familiare”.

Le tue sonorità per l’ascoltatore medio potrebbero risultare dure e pesanti. Che situazione o contesto immagini più adatti all’ascolto dei tuoi pezzi?

“Il primo disco l’ho prodotto in un periodo in cui lavoravo dalle 5 alle 9 di mattina e durava undici minuti, ovvero il tempo che impiegavo a compiere il tragitto da casa al posto di lavoro. In certi momenti si sente il bisogno di mettere le cuffie, isolarsi e provare rabbia, di avere una mezz’ora di violenza e di sfogo. Ci sono persone che mi scrivono dicendo che hanno nell’ipod i miei brani e li ascoltano andando a correre o in palestra e penso sia una figata”.

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Per quanto riguarda la parte performativa, senti Bologna Violenta come un alter ego o più come il tuo vero te stesso?

“Me stesso nella misura in cui mi devo trattenere nei rapporti di tutti i giorni, poiché suonare mi permette di filtrare l’aggressività attraverso la musica. Sono una persona molto provocatoria e mi piace vedere la reazione altrui ad alcuni miei comportamenti strani anche nella quotidianità ma sul palco è tutto amplificato e più libero”.

Uno Bianca“, l’ultimo album, lo senti in linea coi tuoi precedenti lavori o c’è stata una qualche svolta?

“Credo sia una perfetta evoluzione di tutto ciò che lo precede. Uno Bianca racconta una storia torbida di stato, polizia, scontri. Volevo dare un’immagine di Bologna dal punto di vista storico e politico, al di là della visione positiva che si ha generalmente della città, per confermare in maniera molto seria il fatto che Bologna fosse veramente Violenta”.

La parte testuale è essenzialmente costituita da citazioni soprattutto cinematografiche e brevi farsi, ti manca, a volte, la dimensione più classica del testo?

“Quando ascolto un disco vengo rapito dalla musica e non riesco a seguire le parole. In tour coi Baustelle o il Teatro degli Orrori per imparare i cori ho attuato un procedimento molto metodico, perché altrimenti mi perdo sul suono. La parte testuale non è proprio la mia dimensione, nonostante nella quotidianità mi piaccia moltissimo parlare”.

Foto di Umberto Colferai: https://500px.com/umbertocolferai

 

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