A Monselice la scuola di counselling psicosintetico della Sipt

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MONSELICE. La cittadina della Rocca potrebbe diventare sede della scuola di counselling psicosintetico della Sipt, la Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica: il progetto è stato presentato ieri al Venetian Hostel di Monselice da Annamaria Gobbo e Lucia Bazzo, docenti della scuola, con la testimonianza di Cristiano Draghi, allievo della scuola di Bologna.

Sipt, con sede centrale a Firenze e distaccamenti a Bologna, Bolzano, Castellamare di Stabia, Genova, Milano e Roma ha deciso di affacciarsi al panorama del Triveneto perché sprovvisto al momento di una realtà come formativa come questa e la scelta è ricaduta su Monselice – tra l’altro città d’origine di Sandra Bertazzo, direttrice della scuola di counselling psicosintetico – per la sua posizione strategica.

Il corso è rivolto a persone che già operano nel campo delle relazioni di aiuto e a quanti siano motivati a svolgerle e partirà a Monselice al raggiungimento di minimo 10 iscrizioni. I primi due anni di base sono organizzati in 16 seminari annui in formula fine settimana e uno residenziale a cui si aggiungono esperienze di tirocinio e 22 ore di psicosintesi individuale. Completata la formazione di base si può accedere a uno degli indirizzi proposti per il terzo anno professionalizzante.

La psicosintesi è una corrente psicologica concepita da Roberto Assagioli, psichiatra veneziano, che ha fondato l’Istituto di Psicosintesi nel 1926 a Roma e a Firenze nel dopoguerra. «Una scuola che agisce, che fa e non parla soltanto» ha sottolineato Annamaria Gobbo che ha spiegato che il counselling come disciplina e il counsellor come figura hanno l’obiettivo di fornire gli strumenti necessari per risolvere situazioni relazionali difficili mettendo il cliente, ovvero il paziente, nella condizione di trovare le proprie potenzialità.

Il counsellor è una persona specializzata che dopo aver compiuto in prima persona il percorso durante la sua formazione, può affiancare altre persone. Giancarlo Draghi, giunto quasi alla fine del suo secondo anno alla scuola di Bologna, lo ha definito come «Un percorso più sofferto ma anche più partecipato nella chiarificazione di quello che sta succedendo qui e ora». Una disciplina che «prende l’uomo in tutto e per tutto, in quella parte più alta di sé, spirituale nel vero senso del termine» chiude Lucia Bazzo.

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