Incendio alla Nek, in manette due ex dipendenti

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MONSELICE. Questa mattina i carabinieri della Compagnia di Abano Terme hanno arrestato un uomo e una donna ritenuti i responsabili dell’incendio allo stabilimento della Nek.

Una densa nube di fumo nero, aria irrespirabile, un forte odore di plastica bruciata. Era appena scoccata la mezzanotte del 4 ottobre scorso quando, nella zona industriale di Monselice, l’azienda Nek veniva inghiottita dalle fiamme. Ecoballe, macchinari, materiali recuperati e 4000 metri di capannone: in una manciata di minuti è andato letteralmente tutto in fumo. La fabbrica di via Umbria 14, dedicata al recupero di materiale plastico e metallico, è andata a fuoco; irrecuperabile lo stabile, inutile l’impiego di 25 operatori e 10 automezzi. Nek, prima del disastroso incendio, era da tempo nota alla cronaca e alle forze dell’ordine per le tensioni legate alle vertenze sindacali in atto causa le difficoltà aziendali. Insomma, la ditta non era propriamente sconosciuta ai media. E oggi, dopo mesi di indagini, torna a far parlare di sé, giungendo all’epilogo finale dell’indagine “Fuoco Incrociato” condotto dai carabinieri di Abano Terme.

Scattano le manette per un uomo e una donna di nazionalità marocchina, ex dipendenti dell’azienda, ritenuti i responsabili del rogo che ha distrutto lo stabilimento della Nek causando danni per quasi tre milioni di euro. Le forze dell’ordine lo definiscono un «atto criminale gravissimo. Oltre al danno economico notevole, vi è un danno ecologico ingente, senza tener conto che, a causa dell’incendio, è stata stroncata un’attività che avrebbe potuto continuare a lavorare in futuro». All’origine del gesto, parrebbe esserci una ritorsione maturata dai due marocchini a seguito del licenziamento e dell’agitazione sindacale che aveva coinvolto lavoratori e la cooperativa proprietaria dello stabilimento. Stando a quanto emerso, i due sostenevano anche di non aver ricevuto tutte le spettanze dovute. Nel cellulare della donna sono state poi trovate immagini di alcuni dirigenti della cooperativa, fotografie e video dell’incendio.

«Dagli accertamenti condotti sui telefonini, è uscito addirittura un video in cui si vedeva prima la ditta che lavorava e poi che veniva inghiottita dalle fiamme. Motivazione dolosa e molto intensa che va a ricadere sulla coppia, già arrestati nel passato per altri crimini» così spiega Stefano Iasson, comandante del comando provinciale dei carabinieri di Padova. Importante l’attività degli investigatori di Abano: gli inquirenti sono arrivati ai due al termine di una lunga serie di controlli effettuati a 360 gradi. Nei cellulari sequestrati sono stati ritracciate parole in codice come “fagioli” al posto di “pellett”, o “mask”, l’equivalente arabo della “diavolina”. Infine, grazie ai tabulati e alle celle telefoniche, si è accertato la presenza dei due nei luoghi e all’orario dell’incendio.

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