«I 23 milioni di euro per il Fratta-Gorzone? Un bluff. E vi spiego perché»

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MONTAGNANA. I 23 milioni di euro in arrivo per il risanamento del bacino del Fratta-Gorzone? Un bluff. Ad affermarlo è Marco Camera, 36 anni, noto attivista e storico del territorio. Ecco perché.

Dott. Camera, mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia della firma dell’accordo tra Regione Veneto, Ministero dell’Ambiente e altre parti, che sblocca un finanziamento da 23 milioni destinato al risanamento ambientale della parte alta del bacino del Fratta-Gorzone, le cui acque sono contaminate da Pfas. Perché ritiene che si tratti di un “bluff”?

«Perché si tratta di una “non notizia”. Quello formalizzato due giorni fa è il semplice aggiornamento di un accordo vecchio, firmato il 5 dicembre 2005, oltre 11 anni fa, tra Ministero, Regione, Province e alcuni Comuni e stakeholders che condividono l’asta del fiume. Il patto era di durata decennale e prevedeva l’investimento di 90 milioni di euro, con l’intento di raggiungere una serie di obiettivi di qualità per le acque sotterranee e superficiali entro il 31 dicembre 2015».

E, una volta scaduti i termini, cos’è successo?

«Nel gennaio 2016, il ministro Galletti ha fatto sapere che le risorse ministeriali ancora disponibili e inutilizzate – i 23 milioni di euro, appunto – sarebbero state destinate ad altri agglomerati in Veneto, all’attenzione della Commissione Europea per il trattamento non conforme delle acque reflue urbane. Interventi considerati prioritari per evitare eventuali deferimenti alla Corte di Giustizia europea. Apriti cielo: i rappresentanti del distretto della concia hanno subito minacciato conseguenze irreparabili sul settore. L’accordo dell’altro giorno, celebrato come l’arrivo di nuove risorse finalizzate a chissà quali iniziative per il risanamento del fiume, in realtà è semplicemente la coda conclusiva di un progetto vecchissimo e che ha portato a risultati più che modesti».

Di questi 23 milioni, 10 serviranno direttamente alle aziende conciarie del Vicentino per intervenire su scarichi di fognature, collettori e impianti di depurazione. Non dovrebbero essere le stesse aziende a rimediare ai danni provocati da decenni di sversamento di sostanze chimiche, anziché essere finanziate con fondi pubblici?

«Concordo. Gran parte dei soldi spesi in questi anni sono stati utilizzati nel mondo della concia, nel trattamento e collettamento delle acque reflue, per evitare la chiusura del distretto, in precedenza totalmente fuori legge per il grave inquinamento prodotto. Non un centesimo è stato e sarà speso dei restanti 23 milioni per la bonifica del Fratta-Gorzone, le cui acque e sedimi restano estremamente nocivi per l’ambiente e la salute umana; non un centesimo verrà speso per opere compensative per i paesi della Bassa Veronese e Padovana posti lungo l’asta fluviale. I soldi del Ministero dell’Ambiente devono essere destinati ai territori e alle popolazioni a valle che sopportano, ammalandosi, il peso di una bonifica mai iniziata. Si arriva al paradosso di dare dei soldi proprio agli artefici di questo disastro che dura da decenni».

Negli Stati Uniti l’azienda chimica Dupont, accusata di aver immesso nel fiume Ohio quantità considerevoli di Pfoa, è stata condannata a pagare risarcimenti per quasi 350 milioni di dollari, grazie a una class action avviata nel 2001. In Veneto si arriverà mai a questo punto? È giusto prendersela solo con Miteni o anche le istituzioni hanno grosse responsabilità?

«Non mi prenda per pazzo, ma se dobbiamo vedere il bicchiere mezzo pieno in questa vicenda lo dobbiamo proprio alla scoperta dei Pfas, nel 2013. Questo scandalo ha riportato l’attenzione sulla catastrofica situazione del Fratta-Gorzone, il fiume più inquinato del Nord Italia, che per non ”morire” deve essere costantemente vivificato con 6 metri cubi di acqua emunta direttamente dall’Adige. I Pfas prodotti dalla Miteni sono solo una faccia della medaglia, l’altra è costituita dai metalli pesanti, dai cloruri e dai fosfati presenti da decenni in quantità massicce e dei quali non si parlava più. È vero che con la nuova legge sui reati ambientali non si corre il rischio della prescrizione, ma dubito che si arriverà a un risarcimento tramite class action come nei paesi anglosassoni. Mi appassiona di più ridiscutere questo modello di sviluppo basato su una manifattura ancora non sostenibile. Si dovrebbe spingere questo distretto industriale verso nuovi sistemi di produzione meno impattanti».

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